La mia prima volta nel quartiere a luci rosse di Bombay

November 10, 2017

Non sapevo si trattasse di un quartiere a luci rosse fino a quando Anjana, la mia mamma indiana,non me l ho ha detto spiegandomi la strada per arrivarci. 

Pur avendo ricevuto questa informazione non riesco a sentirmi preoccupata o nervosa.  Sto andando in un quartiere a luci rosse a Bombay,da sola,in una zona in cui non sono mai stata,eppure mi sento a mio agio come sempre mi sento in questo paese.

Poche volte mi e’ capitato di sentirmi a disagio. Forse durante il mio primo viaggio indiano quando bevevo flaconi di valium per sopportare le notti infinite passate sui  treni indiani sudici e stipati o quando mi facevo venire gli attacchi di panico se finivo per sbaglio  in mezzo alle slums o raggiungevo un resort a Goa passando attraverso le discariche sul retro,tra montagne di rifiuti fumanti e maiali.

“chiedi in biglietteria e ti sapranno dire che treno prendere”
Anjana e’sempre presente prima di qualsiasi incontro,prima di qualsiasi viaggio.

Fa finta di tornare in sala mentre  scivolo nel mio kurta nero.

“best of luck” mi dice stando sulla porta mentre aspetto l ascensore.

La saluto come una bimba saluta la sua mamma il primo giorno di scuola al suono della campanella e scendo.

Attraverso il cortile e prima di uscire dal cancello saluto i guardiani che stanno tutto il giorno nel loro bugigattolo a controllare chi entra  e mi salutano ogni volta con un sentito e fiero “harekrishna Mataji”.

 

Attraverso la strada di corsa approfittando di un momento di quiete e scorgo in lontanza un rishaw vuoto sopraggiungere. Lo fermo e  mi butto dentro

“vile parle station please”

Il tragitto e’ breve ma prendo la mascherina dallo zaino e la indosso.  E’ un senso di  forza e sconfinata fiducia in me stessa quella che provo ogni volta che mi sposto per Bombay  con treni e tuk tuk. Ho imparato a memoria le fermate del treno sulla linea Churchgate-Borivali,so calcolare la tariffa di taxi e tuk tuk  e leggo i numeri in hindi alle fermate dei bus senza dover chiedere per forza a qualcuno di aiutarmi.  Se capita di prendere per sbaglio un treno veloce che salta la fermata a cui devo scendere,resto calma e composta ,scendo appena possibile e torno indietro.

Viaggiare da sola significa imparare a fidarti di te stessa e diventare la tua migliore compagna di avventure.  A volte me lo ripeto.  Quando sono agitata per uno spostamento o devo andare in zone dove non sono mai stata e non conosco nessuno,mi dico che sono  con me,non sono sola,ci sono io el’agitazione scompare.

 

Arrivati davanti alla stazione pago le 26 rupie della corsa e vado verso la biglietteria. Una coda infinita. La solita coda a dire il vero,20/25 persone che per gli standards indiani e’ come dire che non c’e’ nessuno.

Non ho idea di dove debba andare. Preparo il telefono con l indirizzo sperando di riuscire a farmi capire e prima di accorgermene tocca a me.

Un signore in camicia stropicciata e occhiali da vista mi saluta da dietro lo sportello senza troppi sorrisi.

Gli passo il telefono dal buco nel vetro dicendogli che devo andare all indirizzo nella mail.

Legge ad alta voce un paio di volte,scuote la testa e passa il telefono a un tizio nell’ufficio che con una mano parla al telefono e con l’altra regge una ciambella mezza smangiucchiata.

Per prendere il mano il mio di telefono appoggia la ciambella su un foglio di giornale facendo una smorfia di disappunto.

Legge l indirizzo e anche lui scuote la testa.  Fantastico. Mentre sta per allontanarsi e sparire dietro  a una porta gli grido che non  importa,di ridarmi il telefono. Il signore con la camicia stropicciata mi passa da sotto il vetro dello sportello un foglietto di carta e una penna e mi dice di scrivere l indirizzo.

La penna non funziona,mi sto sciogliendo dal caldo,dietro di me una fila chilometrica che spinge e cerca in continuazione di passarmi davanti e io mi sto innervosendo.

OM, OM,calma. Stai calma.  Gli ripasso il foglietto con  strappato nei punti dove ho dovuto fare forza con la penna e lui questa volta capisce.

“get off at grand road”

“grand road. Ok. Thank you so much”

 

sto per salire le scale che portano ai binari  ma non so a che binario andare.  Torno indietro e mi faccio largo  tra la gente in fila allo sportello passando in testa a tutti

“which platform”

“3”

Ringrazio con un gesto della mano e corri su per le scale e verso il binario.

 Donne e uomini siedono in vagoni separati.  Mi unisco al grupetto di ragazze in attesa sulla platform,sotto il segnale che indica la fermata del vagone per signore e controllo su maps le fermate del treno. 6.

Nel mentre mi arriva una mail di Prerana che mi scrive di prendere uno dei taxi gialli e neri che trovero’ fuori dalla stazione e di seguire l’indirizzo che mi lascia. Parla di un negozio di caramelle,un semaforo,strade indiane impossibili da capire.

 

In meno di mezz’ ora arrivo alla fermata di Grant Road. Fuori nessun tuk tuk. Solo taxi.

Mi avvicino al primo che vedo dicendo il nome della zona ma quello scuote la testa,ingrana la prima e se ne va.

Un altro taxi a sinistra,parcheggiato,con al volante un tipo vestito di bianco che mastica del tabacco e mi osserva mentre mi avvicino da dietro due lenti spesse . Prima ancora che mi avvicini mi dice anche lui di no.

Ci sono 40 gradi,ho sete e nessuno mi vuole portare. Se pensano che la tua destinazione non sia abbastanza proficua per loro,ti dicono di no.  Semplicemente.

 

 

 

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