Red lights district part II

November 12, 2017

Mi metto a fare l’autostop. Moto  e macchine passano ma nessuno si ferma.

 

 

Un terzo taxi sopraggiunge dall altra parte della strada e attraverso per andargli incontro prima che lo faccia qualcun altro.

 

“Nagpada”

Quello resta impassibile nel suo completo bianco di cotone da autista senza nemmeno rispondermi.

“Nagpada. Can you take me to Nagpada”

“Mi guarda un paio di secondi e poi decide che e’ no e se ne va sparendo cosi’ come e’ arrivato.

Io mi giro per tornare sul marciapiede ma in quel momento una moto mi passa davanti sfiorandomi il kurta e facendomelo sventolre al vento come una bandierina.

Stavo per essere investita. Un tizio spuntato non so da dove in dhoti con un turbante verde in testa si porta le mani alla testa e dice qualcosa che io immagino essere  “un centimetro piu’ in la’ ed eri morta. Resto  sul marciapiede qulche minuto a pensare che non voglio morire e che mi sono stufata e voglio tornare a casa.

 

 

Attraverso di nuovo la strada e mi avvicino a un furgone che ha  il portellone posteriore aperto.  Ho caldo e voglio tornare a casa il piu veloce possibile. Sono disposta a stare anche in un bagagliaio pur di arrivare. Chi sta vicino al furgone non ha per niente l aria di uno che se ne sta per andare.

 

Arriva un altro taxi. Alla guida un ragazzo giovane ,deve avere non piu di 24 anni.

 

Mi avvicino al finestrino disperata mentre rallenta.

 

“ Please,take me to Nagpada”

 “Nagpada?” mi chiede abbasando lo sguardo pensieroso come se stesse cercando di ripescare quel nome in fondo a un cassetto impolverato.

Vorrebbe aiutarmi,vorrebbe portarmi ma non ha capito dove devo andare. Faccio il giro della macchina e gli passo dal finestrino il telefono con sopra l’indirizzo.  Lo legge 1,2,3 volte. Non so come altro spiegarmi. L’ indirizzo e’ tutto quello che ho (e cos’altro dovrei avere?).

In quel momento arriva un altro taxi. Il ragazzo chiama l autista  con un fischio e gli chiede,credo,se per caso sa dove si trova il posto in cui  devo andare. Forse ci siamo.  Scuotono la testa come per dire NO che indiano vuol dire SI mentre si parlano. Poi si girano a tempo verso di me e scuotono la testa come per dire NO . Si va. Mi porta l’ultimo arrivato. Mi lancio in macchina sudata e assetata.

Quello chiude la portiera,si gira verso di me sorridendo e mi dice “100 rupies”

 “100 rupies? No way. 50. 50 rupies is more than enough. It’s 2 kilometers. 50 rupies or I leave”

 

“ ocche’ ocche’”.

 

Santini dorati ed elefantini sul cruscotto,il tetto della macchina e’ rivestito di gomma scura,l’autoradio diffonde una melodia indiana sensuale e sinuosa che insieme al caldo intenso che arriva da fuori sfoca l’immagine e mi ipnotizza. Non riesco a resistere e inizio a muovere la mani e ondeggiare sul sedile. L’ autista mi sorride dallo specchietto retrovisore.

Mi ricordo di non aver indossato la mascherina antismog e interrompo subito le danze per recuperarlo in fretta dallo zaino.

Sono gia dieci minuti che stiamo viaggiando e ho la fronte madida di sudore e i capelli arruffati dall’umidita’. Se avessi per sbaglio deciso di farla a piedi non sarei piu’ arrivata.

 

Attacco il navigatore sul telefono per seguire il percorso del taxi.  Arriviamo all’inizio di una stradina tutta dissestata e questo si ferma e mi fa segno di scendere.

 

“ no no. Keep going. Straight”
prendiamo la stradina dissestata e lo scenario che si presenta e’ diverso da quello di Juhu.Bandra o le altre parti di Bomaby a cui sono abituata.  Questa e’ una Bombay in cui non sono mai stata e lo sento mentre un leggera stretta allo stomaco allerta i miei sensi e mi fa per un secondo venir voglia di tornare indietro.

 

Lungo tutta la strada baracche fatiscenti,ogni tanto un chioschetto da cui partono occhiate curiose e inquisitorie verso la bianca in taxi con la mascherina.

La strada si stringe,e’ ovvio che il taxi non potrebbe passarci,ecco perche l autista voleva lasciarmi all inizio,ma noi procediamo, superando mucche lente e incuranti e schivando i motorini che arrivano a velocita’ folle dalla direzione opposta contromano.

 

E’ questo  il red lights districts? E io che mi immaginavo vetrine patinate con scritte al neon e modelle indiane avvolte da drappi colorati succinti che ti invitano nella penombra delle  loro stanze, nei loro letti caldi,incantandoti col tintinnio delle loro cavigliere sui loro piedi piccoli e sinuosi.

 

E invece e’ un anonimo quartiere indiano fatto di lamiere,cesti,baracche fatiscenti e cumuli  di rifiuti,cani randagi che si azzuffano rincorrendosi in cerchio,donne stanche scalze,uomini pensierosi acquattati per terra,collane di fiori,bambini mezzi nudi.

 

“turn right,here!”

il navigatore sul telefono mi dice che mancano 300 metri. Giriamo a destra,poi a sinistra,poi ancora a destra per due volte avvolgendoci in una spirale infinita di vicoli semibui da cui non immagino possibile poter uscire.

Poi un piccolo rettilineo e qualche negozietto,30 metri. Scorgo il Pochammadevi Temple a sinistra.  Lindirizzo degli uffici dice che si trovano proprio davanti al tempio. Sono arrivata  anche secondo il navigatore ma non vedo nessun ufficio,nessun’insegna.

Pago e scendo dal taxi per capire dove sono.  Di fronte al tempio. Mi giro a destra e osservo attentamente tutto quello che vedo. Vestiti borse in vendita appesi alle serrande dei negozi,un gruppetto di ragazzi seduti per terra in cerchio mi scrutano diffidenti.  Ecco il logo dell’organizzazione con cui ho appuntamento oggi. Tutto fuorche’ un ufficio. Devo smetterla di pensare da occidentale. Sotto l insegna di cartone con il logo rosso si apre un corridoio di muro scrostato che sembra portare in un cortile interno. E’ tutto assurdo. Attraverso la strada e prima di entrare cerco di capire come tornare in stazione. Ho la mania di pianificare ogni spostamento e devo avere sempre almeno due piani di riserva qualora dovessi trovarmi a scappare dal luogo in cui mi trovo. Proseguendo torno alla strada principale,la riesco a vedere dal punto in cui sono. Al massimo cammino. Ci sono alcuni taxi in una parallela che costeggia il tempio. Ok posso entare. Seguo il passaggio stretto e buio continuando a camminare dritto senza farmi troppe domande e arrivo in quello che deve essere un ufficio. Tavoli,sedie,pc. Credo sia il posto giusto. Attraverso la porta e una ragazza con gli occhi scuri e vivi e i capelli corti mi accoglie con un sorriso caldo e rassicurante.

 

“ sei riuscita a trovarci alla fine”

“il mio navigatore ci e’ riuscito”

nella stanza adiacente a quella con le scrivania e i computer un gruppetto di persone con l’aria di essere degli impiegati stanno mangiando seduti in cerchio su sedie di plastica.

 

“piacere,Arianna”

“piacere mio,Prerana. Accomodati pure su questa sedia. Arrivo subito”

 

 

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Il posto piu' colorato del mondo: la Valle dei Fiori (India).

February 6, 2018

10 CONSIGLI ESSENZIALI PER VIAGGIARE (SICURE) DA SOLE.

January 28, 2018

1/4
Please reload

You Might Also Like:

© 2017 Donnamondo. All rights reserved.